PERCHÈ È SBAGLIATO “COMBATTERE” IL CANCRO

Nota importante iniziale: questo posto contiene molte parole “non belle”, che ho dovuto scrivere per spiegare alcuni importanti concetti. Ti suggerisco caldamente (e molto, molto seriamente), di prenderti un paio di minuti di aria fresca, al termine della lettura (anche se il finale del post è scritto in modo da compensare le parole “non belle” con parole bellissime).

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Ogni parola che noi seminiamo, produce dei frutti. Alcuni di questi frutti possono essere grandi, dolci e succosi. Altri, meno. Addirittura, alcuni di questi semi possono addirittura far nascere erba cattiva, che infesta il campo e che può persino distruggere le piante buone. Ecco, questo possono fare le parole.

Come il celeberrimo linguista George Lakoff ci insegna, noi viviamo di metafore. Secondo ricerche e studi, usiamo una metafora ogni 16 parole circa. Nell’inizio di questo post, ho usato la metafora della parole come “seme” e, partendo da quella, ho costruito un discorso coerente che producesse in te che leggi specifiche immagini (cosa che, ne sono certo, è avvenuta: non so che tipo di frutto o di erbaccia hai immaginato, ma so che l’hai fatto). Le metafore sono così importanti che possono cambiare il nostro modo di vedere le cose e addirittura i nostri comportamenti (e sono così importanti che molti dei miei progetti per il 2017 – sia letterari sia formativi – riguardano proprio lo sviluppo di questo tema così essenziale del linguaggio umano): ecco perché dobbiamo prestare attenzione a che tipo di metafore usiamo.

Veniamo al titolo – provocatorio – del post. Da una serie di ricerche indipendenti e ben distribuite a livello geografico è emerso che nel mondo della ricerca e medico si usano spesso metafore legate al concetto di “guerra”: “la malattia è il nemico da affrontare”, “il cancro va combattuto”, “il fronte della ricerca”, “dobbiamo usare tutte le armi che abbiamo per distruggere questa malattia”, “sconfiggere la malattia” e via discorrendo. Nessun dubbio che questo linguaggio possa essere utile per chi lo pratica: genera, fra ricercatori e medici, senso di coesione e forte spirito battagliero (appunto). Nessun dubbio, però, anche sul fatto che questo linguaggio sia decisamente poco adatto a chi si trova dall’altra parte, ovvero il paziente. Da una ricerca pubblicata su The Indipendent (3 novembre 2014) è emerso con chiarezza che usare metafore come “combattere il cancro” fa peggiorare nettamente l’umore dei pazienti sulla via della guarigione (ecco una metafora buona, quella del viaggio: la via della guarigione è certamente più attraente che una trincea in cui si usano armi contro un cattivissimo nemico). Ecco perché è sbagliato “combattere” il cancro (ma è solo un esempio, si può estendere lo stesso ragionamento all’influenza): poiché il paziente lo sente e lo vive come qualcosa di suo e di intimo (ce l’ha dentro, è connesso con il suo corpo!), l’idea di combatterlo può addirittura portare a peggioramenti di salute, perché a livello inconscio – in quanto esseri umani – abbiamo un naturale rifiuto a combattere noi stessi, a farci male. E chi vuole che vengano usate armi contro di lui?

Che cosa possiamo fare, dunque, da questo punto di vista? Pensare. Collegare il cervello alla lingua prima di parlare e chiederci: che tipo di immagini vogliamo evocare in persone che hanno bisogno di sentirsi meglio, di stare bene, di respirare a pieni polmoni? Che tipo di linguaggio vogliamo utilizzare per aiutare chi ci ascolta a trovare energia, a sviluppare nuove e potenti risorse, a mettersi in cammino sulla via che porta a benessere e felicità? Ci sono tanti modi. Uno è certamente quello di scegliere metafore che parlino di viaggio (una fra le metafore preferite dal cervello rettile): e quindi ecco che il paziente si trova in un “percorso”, “a percorrere la via che lo porta a star bene”. Ed ecco che la malattia diventa un “intoppo lungo la strada” e che, in quanto tale, “può essere superato”. Oppure ci si può girare intorno. Oppure, si può sgomberare la strada e poi riprendere il cammino. Insomma, le possibilità sono davvero molte. E fanno la differenza. Perché, come dicevo all’inizio, le parole sono semi: in base ai semi che pianti, cambierà il tuo giardino.