QUANDO IL SILENZIO È D’ORO

Come sai, sono particolarmente attento all’uso del linguaggio. Con le parole puoi influenzare chi ti ascolta, chi ti legge e, soprattutto, te stesso. In un modo o nell’altro: le parole che ti dici possono portarti dalle stelle alle stalle e viceversa.

Ecco perché, in alcune circostanze, alle parole

è preferibile un saggio silenzio: mi riferisco in particolare ai momenti in cui ci lamentiamo delle cose che non vanno o dedichiamo eccessivo tempo a descrivere i nostri sintomi e malanni vari. Contrariamente a quel che si crede e a quello che alcuni “esperti” dell’auto-aiuto divulgano, raccontare i propri problemi e “sfogarsi” porta tutt’altro che vantaggio sia a chi lo fa, sia a chi ne subisce gli effetti.

Le ricerche in tal senso sono davvero abbondanti: lo psicologo Richard Wiseman, ad esempio, suggerisce di tenere un diario, se proprio ci si vuole sfogare, dimostrando con una gran mole di dati come sfogarsi arrechi un vantaggio solo illusorio e temporaneo alla persona che ci si dedica, salvo poi sprofondarla in uno stato d’animo peggiore di quello iniziale.

La PNL, d’altro canto, ne parla da un pezzo: nel momento in cui una persona parla di cose piacevoli, le neuroassociazioni portano il cervello di chi ne parla a produrre ormoni cosiddetti del benessere e, nel momento in cui parla di cose spiacevoli a produrre ormoni cosiddetti tossici. Lo sai anche tu: parlare di qualcosa di brutto o pensare a ricordi spiacevoli, ti fa star male, giusto?

Robert Sapolsky, professore di neurologia e neuroendocrinologia alla scuola di medicina della Stanford University, ha verificato che lamentarsi più di 30 minuti provoca un aumento dei livelli di cortisolo che ostacola le connessioni sinaptiche e accelera la morte delle cellule: se questi livelli aumentati di cortisolo perdurano nel tempo, l’ippocampo può diminuire di volume e provocare il declino delle funzioni cognitive. La stessa cosa, purtroppo, avviene anche quando a lamentarsi sono gli altri e noi “subiamo” le loro lagne.

La collega Luciana Landolfi, nel libro che abbiamo scritto insieme (—> “Respira come se fossi felice”, Minerva Edizioni), ha addirittura ideato un codice di decifrazione, per capire quali parole sono buone e fanno bene a corpo e cervello (tutte le parole che hanno a che fare con le metafore di altezza, luce e flusso) e quali parole invece sono negative e producono danni (tutte quelle che hanno a che fare con le metafore di basso, buio e contrazione).

Insomma, il messaggio è chiaro:

  • evita di lamentarti e, se proprio c’è qualcosa che ti disturba, agisci (secondo le ricerche dello psicologo Guy Winch, oltre il 90% dei consumatori che hanno problemi con prodotti e aziende se ne lamentano con una media di 14 persone a testa, invece che reclamare con l’azienda stessa);
  • se qualcuno si lamenta con te, invitalo cortesemente a smettere (mi rendo conto che questo secondo principio è di complessa applicazione. D’altro canto, anzitutto ne va della tua salute e, poi, facendo smettere qualcuno di lamentarsi, gli fai solo un favore. Se proprio vuole sfogarsi, regalagli un quaderno).

Ricorda sempre che con le parole produci pensieri, che i pensieri producono immagini e che le immagini producono chimica. La quale, a sua volta, determina il modo in cui stai.

La buona notizia è che, se anche in questo momento, non navighi – per così dire – in acque calme e ti senti poco bene, puoi invertire il processo proprio attraverso il linguaggio, scegliendo solo parole buone e impegnandoti a parlare solo di cose piacevoli e positive, per determinare un effetto chimico che si traduce nello stimolo delle ghiandole endocrine e nell’innalzamento delle difese immunitarie (sì, hai capito bene: chi parla bene, si ammala di meno di chi si lagna sempre).

Le parole che hai usato finora, insomma, ti dicono da dove vieni e qual è la tua storia. Le parole che scegli, invece, ti dicono dove vuoi andare, come vuoi stare, che tipo di vita vuoi avere.

Per approfondire:

Respira come se fossi felice, di Landolfi e Borzacchiello

Psiconeuroendocrinoimmunologia, di Bottaccioli

59 secondi, di Wiseman