“AMMAZZATEVI TUTTI”: IL CALCIO E L’ITALIANO MEDIO(CRE)

Un post anomalo, questo. E molto, molto volgare. Non perché io abbia perso il lume della ragione ma perché citerò commenti sparsi trovati sulle bacheche di molte persone, uomini e, sorpresa, donne. Quindi, prima di andare avanti, ti avviso, come fanno i giornalisti quando pubblicano video delicati: la lettura di questo post è sconsigliata a un pubblico sensibile :-).

Su Linkedln ho oltre 7.000 contatti, 5.000 amici su Facebook e migliaia di followers, fra profili pubblici e pagine ufficiali. Insomma: ho l’opportunità di leggere un numero di aggiornamenti variegato e abbondante.

Ho saputo della finale di Coppa Campioni dai social, perché sabato sera ero al cinema e, al di là del risultato che mi è indifferente (mi è indifferente in generale il mondo del pallone), sono rimasto senza parole nel leggere le decine e decine di commenti, rivolti soprattutto a chi era contento per la sconfitta della Juventus. Sarebbero state comunque parole gravi anche se rivolte ai “nemici” del campo, ma così è pure peggio. Ecco un breve, veloce e volgare condensato.

“Siete delle merde”.

“Ammazzatevi tutti”.

“Coglioni”.

“Dovete morire, merde”.

“Vi cancello io dalle amicizie, merde”.

“Andate tutti affanculo”.

“Merde”.

Insomma, questo è il genere.

La tentazione forte è fare un po’ di sana retorica, dicendo ad esempio che il fatto che esseri umani sani di mente si scaldino tanto per quattro ragazzini in pantaloncini corti che tirano calci a una palla mentre nel mondo la gente muore, è triste e offensivo per la razza umana in genere. Ma, lo ammetto, sarebbe fin troppo facile: denigrare questi invasati del pallone è un po’ come sparare sulla croce rossa e prendersela con un bimbo di tre anni perché non capisce le equazioni: ognuno fa quello che può, con i neuroni che ha.

Quello su cui voglio puntare l’attenzione è il fatto inopinabile che le parole hanno un peso specifico molto alto. Creano energia e materia, letteralmente. Contribuiscono a generare e alimentare emozioni. Non è un caso, forse, che i maghi del mondo di Harry Potter evitino di nominare Lord Voldemort, definendolo “colui che non si può nominare”. Loro lo sanno che, nominandolo, lo rendono vero. Ed è esattamente così: ogni parola, anche se letta di sfuggita, genera nel cervello l’attivazione di specifiche categorie semantiche, ovvero una serie di immagini nascoste dentro di noi, pronte ad emergere alla minima occasione. L’attivazione di queste categorie, poi, produce la produzione di altrettanto specifici neurotrasmettitori. Ad esempio, se io scrivo “morte”, nel tuo cervello di accendono particolari immagini (non ne sei necessariamente consapevole, ma succede) e queste immagini determinano la produzione di ormoni dello stress (la morte fa, di solito, paura, seppur a livello inconscio: il cervello rettile la teme parecchio). Questi ormoni dello stress, infine, influiscono sul tuo umore complessivo e, di conseguenza, sui tuoi comportamenti e sui risultati che ottieni.

Ti avviso: leggere insulti e cattiverie, anche se si tratta di parole scritte da altri, può abbassare le tue difese immunitarie e provocare in te pensieri e ormoni stressanti.

Io sono certo che mai come ora ciascuno di noi debba fare particolare attenzione alle parole che utilizza, soprattutto perché la loro cassa di risonanza è altissima, grazie o a causa del potere della rete. Una parola, insomma, non è mai solo “una parola” che nasce e si spegne dopo essere stata pronunciata, ma ha una diffusione importante. Come un virus, si diffonde e si moltiplica, contagiando anche chi quella parola non l’ha pronunciata.

Quello che scriviamo influenza altre persone. È una responsabilità altissima.

Stiamo attenti, insomma: possiamo e dobbiamo fare un po’ meglio di così. Come? Azioni concrete, come sempre. Personalmente, oltre a stare attento a evitare parole di un certo tipo (quelle che Lakoff e la Landolfi definiscono “basse e oscure”), smetto di seguire all’istante chiunque usi un determinato tipo di linguaggio. Nulla a che vedere con la libertà di opinione, sia chiaro: chiunque può esprimere il suo parere, come meglio crede e dove meglio crede. Chiunque, d’altro canto, può liberamente scegliere se ascoltare o meno. La questione non ha nemmeno nulla a che vedere con l’ignorare i fatti: di certe cose, lo so bene, si deve pur parlare. Ma anche ammettendo di non poter scegliere gli argomenti di cui parlare, posso sempre scegliere il modo in cui farlo e le parole da usare.