COME TI FREGO CON GLI STEREOTIPI: LE INDICAZIONI GEOGRAFICHE

Il cervello è fortemente suggestionato dalle indicazioni geografiche.

Gli antropologi e i ricercatori di neuromarketing sostengono che il motivo abbia a che fare con l’idea di maggior probabilità di sopravvivenza (se il cibo è buono e di qualità, eviterò di morire avvelenato).

Gli esperti di linguaggio, invece, sostengono che il motivo riguardi il fatto che le indicazioni geografiche attivano l’area limbica del cervello, direttamente collegata con il cervello rettile e propensa ad accendersi quando si parla di luoghi geografici, soprattutto se distanti da noi. Il viaggio esotico, insomma, eccita.

Le ricerche sono ai limiti dell’imbarazzante: famoso è il caso della stessa torta al cioccolato, da un lato presentata come “con cioccolato fondente” e d’altro lato presentata come “con cioccolato fondente della foresta nera belga”, che per inciso nemmeno esiste. Non solo le persone, fra le due fette identiche collocata una vicino all’altra, preferiscono quella con il cioccolato della foresta nera ma anche, alla prova d’assaggio, giurano di sentire una evidente differenza di sapore. Fra un pistacchio e un pistacchio di Bronte, insomma, vince sempre il secondo (anche se solo una persona su mille saprebbe riconoscere a occhi bendati la differenza).

Di recente, pare essere in voga il fenomeno dei metodi stranieri per far questo e per fare quello: il metodo norvegese per accatastare legna (!), la ricetta svedese per vivere con semplicità, il metodo danese per i piaceri quotidiani e chi più ne ha più ne metta. L’indicazione geografica, insomma, tira.

La cosa importante è che l’indicazione geografica sia coerente con lo stereotipo che rappresenta, e questa è la parte sfidante. Perché il cervello vive di stereotipi e, che ci piaccia o meno, giudichiamo il mondo in base a quelli.

Fra un vino francese e un vino inglese, c’è una bella differenza, anche se (immagino) persino in Francia ci saranno vini pessimi e persino in Inghilterra ci saranno vini di qualità. La questione è che il cervello ragiona, come ti dicevo, per stereotipi: “di solito, il vino francese è più buono, quindi anche questo lo sarà”. Anche se, appunto, si tratta di un vino d’infimo lignaggio.

Vale anche per la cultura, non solo per il cibo: fra un filosofo tedesco e un filosofo filippino (con buona pace dei filippini), senza dubbio pare più credibile, sulla carta, il primo. Filosofo filippino? Scherziamo?

E per la scienza, uguale: una ricerca americana ispira più fiducia di una ricerca polacca, vero? Ma chi ci dice che il ricercatore polacco sia meno intelligente e furbo del collega americano, che magari schiaccia bottoni in un’azienda alla maniera di Homer Simpson?

Ci sta, dunque, che il metodo norvegese chiami in causa la legna. Che il metodo svedese (il cui nome sembra quello di un mobile IKEA) richiami a semplicità ed essenzialità (conosciamo la Svezia per l’IKEA, che incarna queste idee in modo esemplare). Ci sta anche che il metodo danese parli di dolcezza (hai presente i biscottini al burro?) e che quello giapponese parli di ordine e pulizia: insomma, il metodo spagnolo per fare ordine non avrebbe lo stesso appeal. Vuol dire che gli spagnoli sono disordinati o che le mamme italiane non sono dolci come quelle danesi? No di certo.

Vuol dire solo che il cervello rettile ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.