PERCHÈ LO SPOT “BUONDÌ” PUO’ INSEGNARCI A VIVERE MEGLIO

È di questi giorni la polemica (!!!) sullo spot della Motta, in cui si vede prima una mamma e poi un papà che vengono letteralmente disintegrati da un asteroide dopo aver pronunciato la frase “che io possa venir colpito da un asteroide” (in fondo alla pagina, i link per guardare gli spot).

Sui social, si è accesa un’incredibile polemica per uno spot che, parere personalissimo, è divertente e molto provocatorio: faccio fatica a comprendere tutti coloro che si sono prodigati in critiche e infamie di ogni genere ma, ripeto, si tratta di gusto personale.

Quel che mi interessa qui evidenziare è che, da un punto di vista strettamente linguistico, lo spot esprime una realtà inopinabile, ovvero quella per cui il cervello elabora tutte le informazioni che riceve in senso letterale. Poi, attraverso un passaggio velocissimo da un’area all’altra, le interpreta e ne ricava il senso: ironia, sarcasmo e interpretazione metaforica sono per l’appunto coinvolti in questo processo. Ed è per questo che funzionano, tra l’altro: in quei 300 millisecondi in cui transitano dall’area di Broca all’area di Wernicke, lasciano una traccia indelebile che, a sua volta, può portare all’attivazione del sistema endocrino e alla relativa produzione di ormoni. Si tratta di un modo, dunque, per dire senza necessariamente dire. Quando usiamo le metafore, in particolare, abbiamo accesso a un’area del cervello di origini molto antiche e questo ci garantisce una immediata connessione/comprensione. Se io dico di trovarmi a un bivio, o che la strada verso il successo è in salita, uso metafore che chiunque al mondo capirà d’istinto, con facilità. Ecco perché, quando svolgo il mio lavoro di consulente per le aziende che mi chiedono di rivedere la loro comunicazione, la prima cosa che faccio è scegliere la metafora di base che poi useranno in ogni discorso, interno ed esterno. Perché se è vero che la metafora si capisce, è vero che se in azienda si usano dieci metafore diverse, il cliente si sentirà perduto e confuso.

Torniamo al nostro spot.

Come ha scritto l’ottimo Galimberti nella prefazione al magnifico libro di Enzo Soresi, “il linguaggio popolare ha sempre descritto gli eventi psichici attraverso sapienti descrizioni corporee: quel film è un pugno nello stomaco, un paesaggio mozzafiato, avere il cuore trafitto. Il linguaggio, nel dolore e nella gioia, ha sempre usato metafore corporee, perché noi siamo corpo, nient’altro che corpo”.

Perché, dunque, fuor di polemica, lo spot della Motta è istruttivo? Perché ci ricorda che il nostro cervello è tremendamente letterale. E questo vale sia quando parliamo a noi stessi, sia quando descriviamo agli altri noi stessi, le nostre idee, i nostri progetti. Qualsiasi cosa diciamo, diventa vera (ecco l’incanto di Abracadabra): stai attento quando racconti di sentirti un macigno sulle spalle, perché dal punto di vista cerebrale ti accade esattamente quel che accade agli sfortunati protagonisti delle due pubblicità. Stai attento anche quando descrivi al tuo cliente il tuo prodotto come qualcosa che “non si può perdere”, perché la prima immagine che il suo cervello recupererà sarà proprio quella che volevi evitare. E stai attento anche, già che ci sei, la prossima volta che minacci tuo figlio dicendogli che se non si comporta bene verrà l’uomo nero a portarselo via: potrebbe prenderti molto, molto sul serio.

 

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